Lo scorso 21 febbraio ha inaugurato nella splendida cornice della Galleria Nazionale di Arte Antica di Roma la mostra “Rembrandt alla Galleria Corsini: L’autoritratto come San Paolo”. 

L’autoritratto di Rembrandt, intorno a cui ruota la mostra, è stato protagonista di  rocambolesche avventure. Le lettere, le stime e gli atti processuali originali (oggi conservati presso l’Archivio Corsini di San Casciano) ci sosterranno in questo viaggio svelandoci l’intimo rapporto tra l’opera conservata oggi al Rijksmuseum e la famiglia Corsini.

 

Rembrant, Autoritratto come San Paolo, 1661, installation view

L’Autoritratto di Rembrandt come San Paolo

Partiamo dal principio.

Rembrandt realizzò l’Autoritratto nel 1661 firmandolo e datandolo. L’artista di Leida nel corso della sua vita si rappresentò in 80 diversi quadri, ma quest’opera è l’unica in cui appare con le vesti bibliche di San Paolo. Vediamo i simboli iconografici del santo: la spada ed il libro delle epistole. 

Grazie alla sigla “n.123” posta sul retro della tela, è stato possibile risalire al primo proprietario del dipinto: il banchiere Everhard Jabach, uno dei più importanti collezionisti tedeschi. Il quadro venne poi acquistato da Nicolas Vieughels nel 1725, che si trasferì a Roma in qualità di Direttore dell’Accademia di Francia portando con sé il dipinto.

Rembrandt, Autoritratto come San Paolo, 1661, dettaglio n.123 nel retro della tela

 

L’autoritratto di Rembrandt e i Corsini

 

Rembrandt, I tre alberi, acquaforte, 1643

Alla morte di Vieghels, la moglie mise in vendita il quadro. Fu allora che il Cardinale Neri Maria Corsini decise di acquistarla per arricchire la collezione di Palazzo Corsini alla Lungara.

Ma qual è il legame che si cela tra Rembrandt e i Corsini? 

I Corsini erano grandi appassionati delle opere dell’artista olandese e durante un viaggio in Olanda nel 1667, il marchese Filippo Corsini incontrò Rembrandt di persona. Il figlio Neri Maria nutriva la stessa passione e nel corso degli anni acquistò molte opere e stampe dell’artista.

Alla fine dell’800 i Corsini contavano più di 200 incisioni di Rembrandt: dodici stampe si possono ammirare durante il percorso di visita della mostra ed altre sono conservate presso l’Istituto Nazionale della Grafica di Roma.

 

Il 1799 e le razzie napoleoniche

L’autoritratto di Rembrandt rimase per 71 lunghi anni tra le mura Corsini, fino al 1799. Furono anni terribili quelli dell’occupazione napoleonica, anni di razzia di tutto il patrimonio artistico della città di Roma. 

Molte delle famiglie romane furono costrette a svendere le proprie collezioni a causa delle elevate tasse imposte dai francesi. Anche la famiglia Corsini si trovò coinvolta in questa tragica situazione. 

Il principe Tommaso Corsini, si rifugiò in Sicilia per sfuggire ai francesi, lasciando il patrimonio in mano al maestro di casa Ludovico Radice, una sorta di amministratore e custode dei beni di famiglia.

 

Veduta di Castel Sant’Angelo durante l’occupazione napoleonica, incisione, 1799

I Francesi minacciarono e imprigionarono Radice, il quale propose al Principe di vendere una parte del patrimonio artistico della famiglia per far fronte alle tasse. Tommaso Corsini non accettò, era contrario alla svendita della propria collezione e l’avrebbe difesa a qualunque costo.

Tuttavia Radice decise di non rispettare gli accordi presi con il Principe e contattò un pittore, Stefano Tofanelli, per far valutare una parte dei quadri. 

 

Il valore totale dei dipinti stimati ammontò a 6050 scudi, ma il mercante d’arte Luigi Mirri li acquistò tutti per soli 3500 scudi. I dipinti che ricevettero maggiore stima (1000 scudi) furono l’Erodiade di Guido Reni e il ritratto di Giulio II, allora attribuito a Raffaello, mentre l’Autoritratto di Rembrandt venne valutato solo 100 scudi.

Con la fine della Repubblica romana il principe Tommaso rientrò a Roma e venuto a conoscenza della vendita cercò in tutti i modi di recuperare i dipinti.

Il principe avviò addirittura una causa contro Mirri per riappropriarsi delle opere e tutto si concluse il 22 gennaio 1800 con un accordo. Tommaso Corsini ricomprò da Mirri solo 9 dei 25 dipinti, per un totale di 2100 scudi. La Salomè di Guido Reni, il Ritratto di Giulio II e la Madonna di Murillo ritornarono in Galleria Corsini. Tuttavia tra i 9 dipinti rientrati a Palazzo non vi era l’Autoritratto di Rembrandt.

 

Installation view della mostra, dettaglio dei documenti originali

Il dipinto da Londra ad Amsterdam

L’opera di Rembrant rimase nelle mani di Luigi Mirri. 

In mostra, potete osservare le due incisioni commissionate dal mercante per promuovere la vendita dell’Autoritratto. La prima stampa, datata 1799 venne realizzata dal noto artista lombardo Giuseppe Longhi proprio per scopi “pubblicitari”.

Fu allora che l’autoritratto finì nelle mani dei principali mercanti inglesi attivi a Roma, da William Young Ottley a Robert Fagan, da James Irvine a William Buchanan.  Quest’ultimo lo portò in Inghilterra nel 1807, come riporta un’etichetta posta sul retro del quadro.

 

Giuseppe Longhi, Autoritratto di Rembrandt come San Paolo, incisione, 1799
Charles Turner, Autoritratto di Rembrandt come San Paolo, incisione, 1809

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Charles Kinnaird lo acquistò a Londra e commissionò all’artista Charles Turner la seconda “incisione pubblicitaria” del dipinto per poterlo rivendere. Solo nel 1936, gli eredi Kinnaird vendettero l’Autoritratto ai coniugi de Bruijin che nel 1960 lo lasciarono al Rijksmuseum di Amsterdam, dove è ancora oggi conservato.

Il nostro viaggio di 221 anni si conclude così come è iniziato, con la mostra “Rembrandt alla Galleria Corsini: L’autoritratto come San Paolo” in Galleria Corsini, la casa che per quasi un secolo lo ha gelosamente custodito. 

Vi ricordiamo che è visitabile fino al 30 settembre 2020 e la trovate in anteprima su Artsupp.

 

 

 

 

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