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Dalla mummia Taaset a René Magritte: il Museo del Territorio Biellese e le sue Collezioni

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Il Museo del Territorio Biellese è stato inaugurato nel 2001 nell’attuale sede dell’ex Convento di San Sebastiano.

La costruzione del Complesso di San Sebastiano, della chiesa e dell’attiguo convento dei Canonici Lateranensi, risale all’inizio del XVI secolo per iniziativa di Sebastiano Ferrero.

Figura importante, al servizio della corte sabauda come consigliere di Stato e tesoriere generale e poi generale delle Finanze del re di Francia per il Ducato di Milano, aveva iniziato la propria carriera come chiavaro di Biella nel 1476 e aveva presto acquisito cospicue fortune e numerose proprietà feudali nel Biellese, ma non solo.

Ben inserito nell’ambiente di corte milanese, profondamente segnato dalle presenze di Bramante e Leonardo da Vinci, Sebastiano Ferrero si farà tramite per portare a Biella quegli aggiornamenti architettonici e artistici, che bene emergono nella scelta delle maestranze per la realizzazione del complesso di San Sebastiano e della decorazione interna della Chiesa.

Il Museo ospita le collezioni civiche che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, in piena epoca post-unitaria, sotto la guida di personaggi come Quintino Sella e poi Alessandro Roccavilla, sono andate arricchendosi fino ai giorni nostri, attraverso ritrovamenti sul territorio, donazioni, lasciti e depositi.

Il Chiostro di San Sebastiano

L’eterogeneo patrimonio museale ha permesso di articolare il percorso di visita attraverso le sezioni Egizia, Precolombiana, Paleontologica, Archeologica e Storico-artistica.

La sala Egizia documenta come la nascita del primo museo civico di Biella sia legata al collezionismo privato, alla donazione di inizio Novecento della collezione di statuette e di idoletti da parte di Corradino Sella. Negli anni Cinquanta, si sono aggiunti prestiti dal Museo Egizio anche in relazione alla figura di Ernesto Schiaparelli, biellese e primo direttore del Museo e della Missione di scavo italiana: la mummia tolemaica Taaset con sarcofago dipinto, la stele funeraria della sacerdotessa Titeniset, alcuni particolari reperti del villaggio operaio di El-Gebelein, nato per la costruzione delle piramidi della valle delle Regine.

Il sarcofago della mummia Taaset

Esito del collezionismo biellese è anche la recente sala delle Culture precolombiane, che offre, attraverso statuette, pregiati tessuti e vasellame, un panorama completo e affascinante sui popoli delle Americhe preispaniche, dal Mesoamerica ai territori andini, prima dell’arrivo dei Conquistadores.

Il museo propone inoltre un percorso della storia del territorio, senza soluzione di continuità, dalle epoche precedenti la comparsa dell’uomo, fino alla tarda età medievale.

Nella sezione Paleontologica è illustrata la vita quando a Biella, a partire dall’era pleistocenica, c’era un mare popolato da fauna e flora tropicale, con un’ampia campionatura di fossili animali e vegetali, recuperati nelle aree prossime ai torrenti, soprattutto il Cervo.

I fossili della sezione Paleontologica

La grande sala archeologica introduce alle prime età che vedono la comparsa dell’uomo e poi alla preistoria e protostoria con i reperti dal villaggio palafitticolo sorto sul lago di Viverone, oggi patrimonio Unesco e testimone di aspetti particolari della cultura materiale dell’età del Bronzo, oltre all’insediamento di altura del Bric Burcina, con i peculiari documenti legati alla storia della filatura nel Biellese.

La trasformazione del territorio attraverso gli apporti culturali del periodo della Romanizzazione (III-I secolo a.C.), è ben documentata dai reperti della miniera romana indagata sull’altopiano della Bessa e del limitrofo villaggio di Cerrione, prima celtico e poi romano, noto attraverso la particolare necropoli che ha restituito eccezionali documenti epigrafici.

La necropoli di Cerrione (BI)

La capillare distribuzione insediativa biellese di età romana è attestata dai reperti della zona dell’attuale Salussola, antico centro agricolo, e fulcro di un comprensorio più ampio, oltre alle testimonianze di quello che le fonti più tarde chiameranno Bugella, un villaggio corrispondente all’attuale Biella, attraverso i ricchi corredi della necropoli biellese di via Cavour: ceramiche, vetri, oggetti di ornamento e di uso comune permettono di avvicinarsi agli usi quotidiani legati alla vita e alla religione tra il I e il IV secolo d.C. La sala “Viaggiare nel mondo antico”, dedicata alla piroga di Bertignano e alle acque del biellese, completa la visione del territorio attraverso l’analisi dei percorsi antichi, e il loro rapporto sia con il commercio di materie prime o di lusso, sia col diffondersi, attraverso le vie d’acqua e di terra, di usanze, credenze e culture materiali.

La piroga del Lago di Bertignano

Il percorso archeologico termina con la sezione medievale, che approfondisce l’età della cristianizzazione, con epigrafi e reperti dall’importante chiesa già paleocristiana dell’attuale centro di Dorzano, per arrivare al fenomeno insediativo dell’incastellamento e alla frequentazione della montagna, grazie ai reperti legati all’esperienza della vicenda di Fra’ Dolcino sulle Alpi biellesi. Un’attenzione particolare è riservata ai documenti più cittadini, relativi alle scoperte nell’attuale piazza Duomo e alle dimore nobiliari del Piazzo. L’esposizione espone infine i documenti che, grazie a scavi archeologici nel complesso che ospita il museo, attestano la vita dei monaci del chiostro di San Sebastiano all’inizio del XVI secolo d.C. e introducono alla sezione successiva.

La sezione storico-artistica espone opere che coprono un arco temporale che va dal XII al XIX secolo. Accanto alle opere più antiche, provenienti dal territorio, che testimoniano l’evoluzione della cultura figurativa locale, il percorso museale prosegue fino al Novecento presentando nuclei collezionistici, frutto delle donazioni che il Museo ha ricevuto nel corso del tempo, da privati cittadini.

Il percorso inizia accedendo a un grande salone, in cui sono esposti gli affreschi staccati dalla Chiesa di Santa Maria di Castelvecchio di Mongrando e prosegue con altre opere che esprimono un forte legame con il territorio: ne sono un esempio gli affreschi strappati dalla Chiesa dei SS. Fabiano e Sebastiano di Ponderano e i due leoni stilofori scolpiti in pietra locale, provenienti, come i capitelli e l’analogo frammento di archivolto scolpito, dall’antica Chiesa plebana di Santo Stefano. Si prosegue poi con la grande pala d’altare dipinta da un anonimo maestro, nota come Polittico dell’incoronazione, che in origine decorava l’altare maggiore della Chiesa di San Francesco di Biella, oggi distrutta. Si prosegue ammirando esempi di pittura cinquecentesca, come le tavole dipinte da Defendente Ferrari, Gerolamo Giovenone e Bernardino Lanino, tra cui spicca una copia della Vergine delle Rocce, dipinta da Bernardino de’ Conti, recentemente riaccostata alle tavole laterali originarie.

La sala del Cinquecento

Due opere da poco donate – un disegno raffigurante lo Sposalizio della Vergine uscito dalla bottega di Bernardino Lanino e l’Autoritratto di Morazzone – creano lo snodo ideale per proseguire il percorso di visita con le opere di Sei e Settecento. Numerose sono le opere, giunte tramite il collezionismo privato, provenienti in particolare dalla Collezione del Cav. Giuseppe Masserano, donata a fine Ottocento alla Scuola Professionale di Biella per servire all’educazione degli studenti: tra esse, si segnalano un San Francesco in estasi frutto della cultura controriformista lombarda, una tela caravaggesca con Rinaldo e Armida e un Memento mori del genovese Bartolomeo Guidobono. Tra le opere settecentesche spiccano le tre sovrapporte di Giovanni Battista Crosato, con le Eroine Bibliche.

Rinaldo e Armida

Chiude il percorso la collezione di ritratti di benefattori proveniente dall’Ospizio di Carità, istituito nel Settecento grazie all’eredità di Ferdinando Antonio Dal Pozzo, da cui proviene anche la grande cornice con lo stemma familiare.

Il percorso prosegue nelle Sale dell’Otto e del Novecento, che espongono opere giunte in Museo grazie a donazioni da privati, testimoni delle numerose collezioni presenti sul territorio.

Apre questa sezione il ritratto a figura intera del pittore biellese Lorenzo Delleani, ritratto dall’amico Leonardo Bistolfi. Le sue numerose tavolette, dipinte “en plein air”, si raffrontano con i dipinti di altri piemontesi suoi contemporanei. Sono esposte infatti opere di Antonio Fontanesi, Marco Calderini, Giovanni Piumati, Silvio Allason, Giovanni Giani e Giovanni Battista Quadrone, tutte provenienti dalla collezione dei Maria Poma ed Enrico Guagno, di cui si espone anche l’interessante nucleo di dipinti di scuola macchiaiola.

La sala dell’Ottocento

Proseguendo si incontra il capolavoro di Emilio Longoni, la grande tela divisionista intitolata Riflessioni di un affamato: fu donata al Museo dall’industriale Bruno Blotto Baldo insieme alla scultura di Carmelo Cappello e ai dipinti di Giuseppe Pellizza da Volpedo e di Carlo Carrà.

Emilio Longoni, “Le riflessioni di un affamato”

E’noto che il Biellese, a partire dalla prima metà del Novecento, con la complicità delle fortune provenienti dall’industria laniera, fu luogo ideale per la nascita di un vivace mercato dell’arte e per il proliferare di collezioni artistiche. Ne sono testimonianza le tele, esposte lungo il percorso, di Cesare Maggi, Gino Piccioni, Felice Carena e l’opera di un giovane Michelangelo Pistoletto che ritrae Piazza Duomo.

Il percorso si conclude con la Collezione Lucci, in cui si possono ammirare opere di artisti noti a livello internazionale. Numerose sono infatti le opere legate al Surrealismo, come quelle di René Magritte, Yves Tanguy e Max Ernst, ma anche Marc Chagall, Jean Mirò e due chine di Salvador Dalì.

René Magritte, “L’épreuve du sommeil”

Il Futurismo entra in collezione con un paesaggio astratto di Giacomo Balla e un Concetto spaziale di Lucio Fontana del 1952, che chiude cronologicamente il percorso espositivo.

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