Claudio Orlandi e l’illusione del ghiaccio

Immagine di Artsupp
Artsupp

Conosciamo meglio il lavoro di Claudio


In Trentino, al Museo Alto Garda, nell’anno dedicato alla preservazione dei Ghiacciai, la fotografia diventa memoria del tempo e del limite umano attraverso gli scatti di Claudio Orlandi: dal 29 Novembre al 14 Giugno una mostra che racconta l’istante in cui la montagna si dissolve.

Dopo diciassette anni di ricerca tra le vette e le ferite del paesaggio alpino, Claudio Orlandi porta al Museo Alto Garda di Riva del Garda il corpus completo di Ultimate Landscapes, progetto fotografico d’arte che indaga la metamorfosi dei ghiacciai in un tempo di crisi climatica. Un racconto visivo che attraversa le Alpi dal Presena alla Marmolada, trasformando i segni dell’uomo, i teli geotessili stesi a protezione del ghiaccio, in simboli di un gesto ambivalente, sospeso tra cura e accanimento, tra difesa e illusione.


Nato e cresciuto a Roma, da cosa nasce il suo lavoro e studio nei confronti della natura?
Sono un romano un po’ atipico, in quanto sono sempre stato attratto dalla montagna. I miei genitori mi portavano in Val di Fiemme, a me piaceva molto la montagna nonostante io anche oggi vivo sul mare. L’amore per la montagna poi si è trasformato per un amore più specifico per il ghiacciaio: il ghiaccio è un elemento che crea, rispecchia il concetto di creazione, così come il marmo.

Successivamente da amore/passione si è evoluto in lavoro, infatti nel 2008 è iniziata una sperimentazione sul ghiacciaio del Presena per ancorare i primi teli geotessili. In quegli anni non sapevano ancora come ancorare i teli e io, che ero andato a visionare per curiosità, ho iniziato a documentare. Così è nato il mio lavoro. Inizialmente pensavo finisse con i primi scatti sul Presena, ma poi ho iniziato a viaggiare ed esplorare. Sono stato a Garmisch-Partenkirchen la cima più alta della Germania e poi ho girato gran parte delle Alpi, con quest’anno ho concluso.

Io non mi reputo un artista e nemmeno un fotografo, sono uno scultore delle immagini bidimensionali. Non sono un foto reporter, perchè mi reputo più introspettivo con fini e scopi artistici. Prendo le pieghe dei tessuti, i giochi di luce ed ombre, è un racconto per le immagini declinato attraverso l’arte.


Il suo linguaggio fotografico parte da una restituzione figurativa della realtà all’astrazione pittorica essenziale costruita in piani netti e superfici schematiche, dando valore a ciò che Platone indicava a proposito della geometria, volta alla conoscenza dell’eterno. A tal proposito, nella serie dei suoi scatti Ultimate Landscape vediamo come il mutare del paesaggio e il ridimensionamento dei ghiacciai siano al centro del dibattito. In questo caso, come viene valorizzato il tema “dell’eterno”?

Mi ricordo che la Casa della Memoria di Milano organizzò una mostra sul tema dei ghiacciai, nell’anno 2021, intervenne anche un glacioloco di fama Claudio Smiraglia il quale ci dette una notizia terrificante: nonostante i termini attualmente si siano dilazionati nel tempo, in principio si diceva nel 2035 non ci sarà più ghiaccio sulle Alpi, ma ora si parla nel 2100. Per me aver realizzato questo lavoro significa aver raccolto una documentazione abbastanza approfondita che nel futuro chi ci seguirà potrà raccontare qualcosa di quello che è stato. Quindi per me l’eterno in questo caso è rappresentato dalla memoria di ciò che è stato, di ciò che è e che sarà.


Il sottotitolo della mostra L’illusione del ghiaccio fa proprio capire lo stato di emergenza in cui versano i nostri ghiacciai e di come l’emergenza sia sempre più importante, che tipo di sensazione ha provato nel corso degli anni (ricordiamo dal 2008 fino a oggi) a vedere il paesaggio trasformarsi?

In generale ho sempre provato una grande emozione, negativa ovviamente, perchè è incredibile vedere come il paesaggio muti a distanza di pochi anni. Il ghiacciaio del Presena è stato quello che più ho frequentato, sullo Stelvio ci sono stato due volte, ma il Rodano è stato quello più emblematico per me: la prima volta nel 2020 e la seconda nel 2024. A distanza di soli 4 anni la perdita di volume è stata enorme, se prima c’era una laghetto ora c’è un vero e proprio grande lago. Lì è stata una grande emozione.


In occasione della mostra, grazie alla collaborazione del designer Alessio Mosti, sarà possibile ammirare i suoi scatti con la “voce” dello stesso ghiacciaio, un suono fisico dello sgretolamento registrato e ripetuto. Il suono possiamo definirlo quasi un grido d’aiuto, una richiesta di soccorso, da parte della montagna e da parte del museo un modo per sensibilizzare il pubblico ad adottare scelte più responsabili nel quotidiano. Vuole lasciare un suo messaggio ai lettori di artsupp? 

Innanzitutto Alessio Mosti è un sound designer che ha campionato non solo il suono del ghiaccio che si sgretola, ma anche i rumori delle cave di marmo ed è bravissimo, unisce i rumori dei campionamenti naturali con i suoi. Quando il museo ha fatto presente volesse unire i suoni con gli scatti io ho suggerito Alessio con il quale avevo già collaborato per un progetto a Noto.

In mostra ci sarà il suono “Catabasis” ma ci sarà anche “Unveil” con il rumore di sgretolamento e il rumore del ghiaccio. 

Il mio personale messaggio? Sicuramente andrebbe lasciato a chi ci governa, noi possiamo fare ben poco, ma le nostre azioni nel quotidiano possono essere consapevoli e avere un’influenza.

Non vi resta che visitare la mostra al MAG Museo Alto Garda, fino al 14 Giugno 2026 e in anteprima su artsupp.com

(Visited 61 times, 1 visits today)